viernes, julio 16, 2021

Madri malvagie e paesaggi lussureggianti, di Anna Boccuti

 Dal Messico al Cile, una nuova generazione di scrittrici del fantastico 

Erano gli anni sessanta quando, sull’onda del successo della prima traduzione di Cent’anni di solitudine, pubblicata nel 1968, venne avviata la “costruzione” editoriale della letteratura ispanoamericana. Il catalogo su cui si puntava per dare voce al continente americano contemplava un eterogeneo gruppo di scrittori, alcuni dei quali destinati poi a diventare sinonimo di tale letteratura tout court, ovvero i futuri premi Nobel Gabriel García Márquez e Mario Vargas Llosa, l’acclamato Julio Cortázar, il brillante Carlos Fuentes. (...)

È possibile – e per certi versi auspicabile, aggiungiamo – che la letteratura latinoamericana, intesa come un insieme omogeneo, plasmato secondo le aspettative di un esotismo preconfezionato a uso e consumo del mercato europeo e nordamericano, non esista più.  (...) 

Lungi dal riproporre la cartolina stereotipata di un mondo di tropicale e lussureggiante esuberanza, autrici come Fernanda Ampuero, Agustina Bazterrica, Liliana Colanzi, Jacinta Escudos, Cecilia Eudave, Mariana Enríquez, Nona Fernández, Fernanda García Lao, Guadalupe Nettel, Mónica Ojeda, Giovanna Rivero, Solange Rodríguez Pappe, Samanta Schweblin (secondo un elenco parziale e ordinato alfabeticamente) hanno dato vita a narrazioni insolite, nelle quali il reale è tenacemente indagato, sottoposto a una tensione estraniante e così trasformato nel detonatore di suggestioni e visioni ulteriori, mai risolutive o consolatorie: l’immaginazione fantastica non è utopica, in questa letteratura, e si configura invece come il luogo stesso del conflitto. 

(...) Va detto che tale convergenza non costituisce una novità assoluta nel panorama letterario ispanoamericano: ce ne aveva difatti già offerto una selezione assai convincente María Cecilia Graña con la sua antologia Tra due specchi. 18 racconti fantastici di scrittrici latinoamericane del 2004. In quel volume, Graña presentava al pubblico italiano la narrativa breve di scrittrici nate fra il 1928 e il 1940, tra cui la cilena María Luisa Bombal, l’argentina Silvina Ocampo, la portoricana Rosario Ferré, o la messicana Amparo Dávila. Si trattava di autrici allora diversamente (s)conosciute dai lettori nostrani, malgrado la loro innegabile statura letteraria, e che in alcuni casi sarebbero approdate in Italia solo molto tardi (l’opera di Dávila, ad esempio, è stata pubblicata per la prima volta lo scorso anno grazie a Safarà Edizioni, che ne ha proposto una selezione dei racconti più celebri con il titolo di L’ospite e altri racconti, nella traduzione di Giulia Zavagna). 

 (...) Per dare un’idea dell’originalità di questa “nuova” letteratura fantastica, basta menzionare solo alcune tra le tante uscite degli ultimi due anni: il perturbante Mandibula, romanzo dell’ecuatoriana Mónica Ojeda, nel quale si affrontano con maestria le ombre di un materno soffocante e morboso (cfr. "L'Indice" 2021, n. 6); il realismo allucinato di Distanza di sicurezza e di Sette case vuote, dell’argentina Samanta Schweblin, che ritrae un mondo fuori asse, deformato e per questo intrinsecamente minaccioso; i racconti visionari di Ricomporre amorevoli scheletri, della boliviana Giovanna Rivero, che scruta in modo personalissimo le ferite delle relazioni e dell’identità, oppure lo scenario distopico tratteggiato dall’argentina Fernanda García Lao in Donne da macello: la rilettura della guerra delle Malvine si innesta qui su un’ambientazione postapocalittica in cui, alla stregua delle ancelle della Gilead di Margaret Atwood, le donne diventano corpi da fecondare per portare avanti un folle progetto nazionalista. Numerose e in armoniosa contiguità, si tratta di opere che possono davvero essere intese come parte di una medesima costellazione, e non come astri isolati. Più che esprimere il “femminile”, queste scrittrici riprendono tematiche dibattute a livello globale e assai produttive se scrutate nell’ottica dei femminismi attuali, allineandosi con alcune preoccupazioni della letteratura “mondiale”. Beninteso, nei loro testi non ci si trova sempre di fronte a un femminismo programmatico e militante, e tuttavia la presenza di strategie narrative comuni autorizza a parlare di racconti femministi. Ad esempio, le protagoniste e le narratrici sono donne e il loro punto di vista è la via privilegiata d’osservazione e di accesso al mondo (una costante di tutta la narrativa di queste scrittrici); per quanto riguarda l’aspetto tematico, si predilige l’esplorazione dei risvolti oscuri di alcune esperienze considerate prerogative del genere femminile e sovente investite di un’aura mistica, quali la maternità – descritta nelle pagine di Distanza di sicurezza, Schweblin – oppure l’amore romantico, “sezionato” in alcuni racconti di Ricomporre amorevoli scheletri di Rivero. (...)

Proprio la mostruosità viene, infatti, rivendicata provocatoriamente dalle protagoniste quale valore, e si tramuta in un sorprendente mezzo di empowerment, suggerendo paradigmi altri che ribaltano la rassicurante concezione, maschile e patriarcale, di un femminile docile e sottomesso. Si esplorano, insomma, da una prospettiva di genere, le continuità fra il domestico e l’estraneo, fra l’orrore naturale e quello sovrannaturale, dove il terrore è il linguaggio scelto per raccontare il presente a partire da una tripla marginalità – del genre, del gender, e dei centri di produzione economica. Il fantastico finisce, così, per risignificarsi e, grazie alla contaminazione con i modi a esso affini, si carica di valenze manifestamente politiche, scuotendo le fondamenta di una società classista e machista. (...)

 anna.boccuti@unito.it 

A. Boccuti è ricercatrice di lingue e letterature ispanoamericane all’Università di Torino

L'indice dei libri del mese. (frammento)


martes, abril 27, 2021

Del erotismo, la respiración, la forma y los movimientos de las obras de Fernanda García Lao

Por: Victoria Hoyos

Cultura. Semana.com

En Argentina, la literatura de mujeres está en auge. Uno de los nombres que retumba es el de Fernanda García Lao. La periodista Victoria Hoyos habló con ella sobre su obra, por la que ha ganado premios como el del Fondo Nacional de las Artes.

La entrevista del mes, por Paloma Saiz


#paraleerenlibertad

martes, enero 05, 2021

Out of the cage, en el NYTimes

 


Out of the cage, García Lao

 


Out of the Cage opens in 1956, in Argentina, with the freakish death of Aurora Berro, and descends into a dark philosophical exploration of humanity and mortality. In the midst of her family’s celebration of a national holiday, an LP, careening through the air like a “demented boomerang,” severs her jugular. Her family— an agglomeration of perversions, deformities, and obsessions—seems at first not to notice, singing on. Aurora is left behind in a voyeuristic limbo as an omniscient first-person narrator, to observe the depravity of her family and reflect on the farce of her life and human existence. 

Fernanda García Lao has been called “the strangest writer of Argentine literature,” and in Out of the Cage, she lives up to that distinction. The book is saturated in strangeness, a blend of formal experimentation, eroticism, grotesque theatricality, and dark humor that evokes the absurdist fictions of Witold Gombrowicz and the style of Silvina Ocampo. The result is a macabre and fantastic vaudeville, a tragicomedy, a kind of Dadaist opus against ideas of eternal beauty and fixed identity, against absolute concepts and universality.

Nación Vacuna de García Lao

 La continuidad de los libros

Autora: 

Ya desde el título, Nación Vacuna, se desdobla en múltiples sentidos. Nación: como Patria, como ente jurídico, como padre. Vacuna: cura contra todo mal, motor del sistema mediático, pero también símbolo de la carne, elemento que se extiende a lo largo de las páginas para recordarnos la brutalidad, para decirnos que somos materia prima de un sistema que nos digiere. En esta novela, Fernanda García Lao, ejecuta el desposte del lenguaje. Separa el músculo del hueso, reserva cada corte. Expone con maestría su prosa afilada, feroz en la cadencia, profunda en el sentido. La atmósfera opresiva, sutil, un detalle casi fotográfico, revela el caos de la realidad. Como una premonición, nos trae matices de este tiempo. El mundo asolado por la pandemia, plagado de discursos totalitarios, de información deliberadamente errónea. La excusa de la esperanza para hacer uso de los cuerpos de las mujeres. Cuerpos que se consumen con un orden metódico, un propósito eugenésico, se anulan como sujetos.

Publicada en Argentina en 2017 y reeditada en España e Italia en 2020, Nación Vacuna trasciende el localismo, lo supera a través de la densidad de sus personajes y de un cierto imaginario distópico que conjuga la deshumanización con la supervivencia. Las M se han ganado, pero el enemigo envenenó las aguas que las separan del continente y un grupo de soldados quedó deriva. La burocracia impone una realidad. Decide que la ciencia, a fuerza de anticuerpos y estrategias inmunitarias podrá protegerlos. Un proyecto estatal precario, aunque sostenido como propaganda política, tiene por objetivo la selección de algunas mujeres que serán enviadas desde Rawson, la ciudad capital, a las islas. “Las M resurgirán y de ellas nacerán niños sanos. Gracias a las hembras reconquistaremos el mito de nuestro más preciado pedazo de tierra.”


Los sucesos que se encadenan, inevitables, como si cayeran unos sobre otros. La dualidad de cada personaje, entre lo primitivo y lo racional. Nos convierten en testigos fascinados de la gesta absurda que se proclama. De ahí el hallazgo de la autora para construir este universo, en el que se unen la crueldad con la belleza, lo sensible con lo siniestro y donde no puede faltar la confusión delirante en la ejecución del plan. Los soldados, abandonados en las islas, no como víctimas sino como héroes simbólicos de un entorno hostil. Las mujeres seleccionadas, objeto desprovisto de valor, recurso programado para inmortalizar la raza. La derrota como predadora natural del sistema. La victoria, fin último del deseo. Nación Vacuna es, en cierto punto, una metáfora de la expropiación. De los cuerpos, pero también de los tiempos que han sido velados por lo monstruoso de las guerras y de las dictaduras. Ese corte temporal del estado enfermo, tóxico, inflado de violencia explícita y simbólica, que no se puede rectificar, cuyas consecuencias se arrastran como genes latentes del terror.

Jacinto Cifuentes, narrador de la historia, funcionario de mediano rango, vegetariano, es un reflejo de la aceptación plena de la autoridad. La obediencia incuestionable a los gobiernos, cualquiera sea su propósito. Casi como si fuera un sujeto de estudio, Cifuentes es sometido a los deseos arbitrarios de una Junta civil (que no por ser civil es menos déspota). No hay ingenuidad en sus actos, aunque sí un leve conformismo, un hábito del gesto subordinado, que confunde control con soberanía. Los lazos familiares no funcionan, suceden por obligación. Madre ausente, hermano exitoso. Padre carnicero que le recuerda lo que odia y no puede evitar: la sangre que tiñe la piel de bordó, el olor de las vísceras en descomposición, el matadero como lugar de poder. “Pequeños indicios de carne”, dirá el funcionario mientras cataloga cuerpos femeninos. Mona, Erizo, Lucero, las elegidas, numeradas por protocolo, como hembras lascivas, desbordadas de fluidos, de olores que actúan como perfumes. Salvadoras erráticas condenadas a encarnar todos los papeles, todas las versiones del sexo, la parodia del cuerpo sin identidad, el útero público. Porque en el fondo lo que importa es lo patriótico, el sacrificio, la entrega. Aunque exista el consuelo del otro, como objeto transicional en la búsqueda frenética de uno mismo.


El tiempo narrativo, principios de la década del 80, ayuda al monopolio de la opinión pública. La información se reproduce de manera vertical, se regula, se dosifica y genera otra categoría de verdad. Una verdad que recala en el instinto, el mandato de repoblar, por fines biologicistas pero también para retener el trofeo. “El porvenir será joven o no será”, anuncia un comunicado cerca del final de la novela. Discurso medular del poder represor, que carga el deber a la genética sin considerar la voluntad. Que no cuestiona los dogmas ni los privilegios. Que representa todas las aberraciones cometidas en nombre de un supuesto bien común.  Dice Cifuentes: “Tenemos descendencia para que hagan lo que no pudimos. Somos vagos: es más fácil engendrar que vivir”.

Nación Vacuna no despliega solo una realidad alternativa a un hecho histórico, sino el recuerdo futuro de una violencia cíclica. El cuerpo de las mujeres, una y otra vez, sometido al efecto perverso de la preservación. La maternidad rota. Los hijos como producto. La ausencia de identidad más allá de lo funcional, que deja a los vínculos en la nada, que impone la vida como una transacción. Quién sabe, si superado este momento histórico, no vendrá un nuevo llamado por la continuidad de la especie. Si asumimos que a cada catástrofe le sigue un período de rescate, si el progreso sigue asociado a la reproducción. ¿Tendremos un nuevo Proyecto Vacuna como servicio patriótico? Patología viral pero perfectamente coherente, del sistema en que vivimos. Pregunta donde la ficción se hace posible, necesaria, donde se corre la línea que nos resguarda del horror, que nos deja temblando porque esto ya ha sucedido y no tenemos dudas de que volverá a suceder.

viernes, agosto 07, 2020

Nación Vacuna, de Fernanda García Lao

           Por 


A poco que se bucee en C, es fácil averiguar qué editoriales me resultan más interesantes. Una de las que acumula comentarios de un par de años para acá es Candaya. Me atrae la doble línea en la que está explorando el terror (Mónica OjedaSolange Rodríguez) o el territorio entre la distopía y lo apocalíptico. Es cierto, ambas satisfacen una demanda del mercado que, en el segundo caso, lleva una década con sobreabundancia de títulos. Sin embargo esta pequeña editorial catalana se caracteriza por dar cabida a visiones genuinas, casi siempre alejadas de las recetas del thriller todoterreno. Entre los libros aparecidos este tortuoso 2020 solo he podido leer Nación Vacuna, y apenas la veo unos pasos por detrás de la categoría «recomendable sin temor a duda alguna» (Mandíbula). He disfrutado y sufrido con la manera mediante la cual Fernanda García Lao se distancia de los interruptores dominantes a la hora de caracterizar una distopía, la represión y/o la rebelión, para zambullirse en un operador más excepcional: la depresión.

Nación Vacuna recoge el testimonio del funcionario Jacinto Cifuentes. En primera persona y en presente, Cifuentes desnuda el sometimiento a la Junta militar de su país, una Argentina anonimizada. Esa entrega cobra cuerpo a través de su participación en un proyecto demencial: la colonización de las islas M. después de que el triunfo se convirtiera en tragedia; las tropas invasoras sucumbieron a una enfermedad dejada por su enemigo a modo de «recompensa». Los primeros capítulos se detienen en el proceso en el cual una serie de mujeres atraviesan una serie de tests y análisis psicológicos para determinar quiénes viajarán hasta las M. Como una vacuna biológica para el mal pero, también, con la misión de transformarse en las madres de una nueva generación de habitantes. Este artefacto sustancia la megalomanía de la dictadura y, a la postre, la entrega del resto de una ciudadanía transfigurada en el ganado ideal. Su vida es servidumbre prácticamente sin fisuras.

El narrador se reúne e interroga a sus pacientes; alterna con sus compañeros funcionarios; deja ver sus dañados vínculos familiares, íntimamente ligados a la Junta; formula sus dudas sobre las atrocidades sistémicas… y mientras desgrana su confesión gana cuerpo la degradación moral, psicológica y física de la sociedad de la que forma parte, un entramado caracterizado por una violencia soterrada, una afectividad quebrada y una neurosis cuyo clímax se alcanza cuando Cifuentes se relaciona con varias mujeres. Su madre, una figura distante cuyo único momento de cercanía se transforma en un torpedo bajo su línea de flotación, y tres compañeras de viaje. Personajes que, dependiendo del momento y lugar, bien representan una atracción sentimental no correspondida, bien una atracción más primaria donde el sexo se manifiesta como algo rápido y desprovisto de romanticismo. Una liberación estimulada por una faceta física que disipa cualquier calor humano y conduce hacia una segura frustración. El éxtasis del hundimiento.

En el discurso de García Lao la situación de cada palabra está calculada con pie de rey. Su posición está perfectamente medida para redondear las imágenes que transmiten los pensamientos más íntimos de Cifuentes en unas oraciones cuyo ritmo parece marcado con metrónomo. Nación Vacuna invita a algo que pocas veces hago: a leer en voz alta. Asimismo, la abundancia de figuras retóricas (metáforas, comparaciones, personificaciones…) abren la puerta a un lectura calmada. Sin extenderse mucho, el texto plasma en toda su amplitud el mundo interior y las interacciones sociales de un personaje condenado a una imitación de vida.

El barroquismo con el que se retrata esta decadencia contrasta con la escasez de detalles del escenario. Tal y como transmite la imagen de la cubierta, la novela produce la impresión de suceder en el vientre de espacios brutalistas. Una decisión que ahonda la distancia con estos personajes atrapados entre la alienación y la psicopatía, a la vez que los deja todavía más desnudos. La peripecia está reducida a la mínima expresión y las acciones bordean lo patético. Algo particularmente nítido en el último tercio, cuando la charada en la que han participado no sólo se sustancia sino que se convierte en el único madero disponible para aferrarse después del naufragio y lograr la salvación.

Por todo esto, Nación Vacuna puede recordar a las catástrofes de Ballard de los 70 (RascacielosLa isla de cementoCrash). Una elección en las antípodas de lo que busca ese gran público detrás del que andan la mayor parte de editoriales en España, y una mayoría de autores. Sin embargo, quien esté abierto a una alternativa estética, sin temor a sentimientos opresivos, aquí tiene una buena piedra de toque.

Nación Vacuna, de Fernanda García Lao (Candaya, col. Candaya Narrativa nº65, 2020)
144 pp. Tapa Blanda. 15€

http://www.ccyberdark.net/6402/nacion-vacuna-de-fernanda-garcia-lao/?fbclid=IwAR1QqbtLjy9IPsd-QI9k9bTaTu-FloTA0UsR0LkVaLuzUndTvj8XlieLat8

Nación Vacuna: ucronía distópica en la elipsis

A Fernanda García Lao en su venir e irse para volver a venir y quedarse, en ese vaivén transatlántico tan argentinamente europeo

Por Pascual Gálvez

“Si quieren venir que vengan, les presentaremos batalla. Si es necesario este pueblo, que yo trato de interpretar, está dispuesto a escarmentar a quien se atreva a tocar un metro cuadrado del territorio argentino”

Desde el balcón Casa Rosada, Leopoldo Fortunato Galtieri, miembro de la Junta Militar argentina, declara la guerra a Gran Bretaña el 2 de abril de 1982

Argentina es una nación vacuna, un país carnívoro de kermeses con olor a asados y parrilladas. Un lugar donde la porción de vaca cortada es metonimia de fiesta: tiras, bifes de chorizo, bifes angostos, palomitas de paleta, matambres, entrañas, vacíos, colitas de cuadril, chorizos criollos… La identidad nacional pivota sobre la esencia vacuna. Por eso el héroe de esta novela es un segundón burócrata vegetariano: Jacinto Cifuentes es el funcionario de una patria en crisis.

Recuerdo que supe de la Guerra de las Malvinas por mi profesora de Historia de primero de BUP. Fue una epifanía en esos años de desconcierto adolescente: era preferible vivir en una democracia como la inglesa que bajo una dictadura como la argentina. Eso dijo. Minimizando la tragedia del conflicto. Fernanda García Lao, la autora de la novela, estaba entonces exiliada en Europa y conoció el hecho, en francés e incrédula, mientras hacía cola para entrar en un museo.

Los setenta y cuatro días de duró la guerra (del 2 de abril al 14 de junio de 1982) no nos importan mucho para disfrutar de la lectura. Ni ser unos apasionados del asado argentino. Basta lo dicho para contextualizar en la historia y en la realidad un argumento que desborda en fondo y forma esas circunstancias para ser literatura. En el enfrentamiento salvapatrias de la junta cívico-militar argentina gana pérdidas. En el enfrentamiento entre el lector y la novela pierde el conflicto y gana el arte. Nación vacuna nos lleva a un naufragio como el de Próspero en La Tormenta desde el fracaso en el éxito de la propaganda de guerra para intentar salvar una dictadura gracias a la Falksland War. La dictadura cayó y el arte se salvó. La operación mediática de la Argentina militar tiene su reverso en esta novela de Fernanda García Lao treinta y ocho años después.

En la ficción, Argentina gana la guerra. Es una nación mostrada en una distopía del pasado (como la de Juan Soto Ivars en Crímenes del futuro). El enemigo envenena el agua de las islas M y la vida es insostenible. La Junta civil, sin militares tras la guerra, emprende una campaña de repoblación en la que argentinas continentales seleccionadas deben asegurar con sus vientres que los soldados de las islas se perpetúan y pueden dar vida a la victoria contra el enemigo. Es una operación para reconquistar la victoria. Una victoria pírrica en un ambiente de apocalipsis de precariedades, difuminado en un paisaje de posguerra en el que el animalismo sexual busca, sin conseguirlo, tapar las grietas de la frustración de los personajes. Libido femenina que somete a los hombres. Hembras fálicas que usan a los machos, que los engañan incluso en una política de subsistencia y promiscuidades. Con el orden natural y social alterado todo pasa por válido. Es la pesadilla que nos hace vivir Nación vacuna describiendo un ambiente kafkiano (por esa lógica del absurdo burocrático impuesta por el punto de partida argumental, por la ironía macabra de un estilo cortante, lleno de elipsis, fragmentario). Los personajes parecen vacas colgando de sus ganchos, sin cabeza, en el matadero de sus vidas, regidos por las órdenes de un poder central y centralizador. Una dictadura desvaída con muchas zonas de sombra desde las que nos iluminan los personajes, libres y prisioneros en esas grietas del control. Grietas llenas de sexo furtivo como moneda de cambio.

La dualidad tensiona todo el relato. Padre carnicero con hijo vegetariano. Padre activo y militante ante una madre sin maternidad: sus dos hijos, Jacinto y Leopoldo, son, a su vez, el haz y el envés del emprendimiento (gris y fracasado el primero, protagonista de la acción; triunfador y brillante el segundo, agente de los acontecimientos narrados pero en un segundo plano). Una mujer en disputa “amorosa” entre los dos hermanos, Mona (la seleccionada 1789, la elegida por el pueblo), que medra y se sacrifica por la causa. Planes contra Jacinto con Erizo y sus axilas como intersección. Jacinto contra Rubén el camionero con Mona, la cuñada, en la discordia de la fertilidad salvadora de la mentira. Las mujeres “Lesbianas Re-evolucionarias en Contra” contra La mujeres del proyecto original para  combatir el heteropatriarcado de la regeneración. Violencia de la carne y la sangre. Disyuntivas trascendentes: “¿Coger o suicidarme?” (dice Cifuentes en el dilema que va del follar estéril a la muerte fértil). Como Fernando de Rojas dice traer de Heráclito a su prólogo de La Celestina: “Todas las cosas ser criadas a manera de contienda o batalla”. En ese caos sobrevenido por una guerra, la prostitución es un arma patriótica y la degradación se diluye en la tragedia general que la justifica una supervivencia con connotaciones raciales.

Novela proléptica. Novela ucrónica. Novela nave sobre un pasado que dosifica la acción anticipando la ficción que recrea una historia que nunca pasó. Fernanda García Lao inventa unos personajes que de estoicos acaban siendo hedonistas en el naufragio impuesto con párrafos breves como olas de un mar entrecortado. Novela de realismo simbólico cortante desde la voz de un burócrata aséptico, distante, desapasionado, pero en una orgía vital sin más placer que el frustrante y animal del sexo. Los espacios en que se mueven los personajes contribuyen a la sordidez: el matadero (ese que nos lleva a la novela homónima del argentino Esteban Echevarría, crítica también a un despotismo dictatorial del siglo XIX); Rawson (hijo crudo en inglés –hijo vegetariano afilador de cuchillos de un padre carnicero-), ciudad desde la que fletar hacia las islas M la salvación en el barco Nación Vacuna; el limbo con cementerio y almacén de la espera para el embarque tras el anuncio del aborto de la misión; esas isas M no holladas durante el argumento como destino de la derrota… Las cápsulas de carne, una especie de “Avecrem” que concentra todo el simbolismo de la novela, condensan la metáfora de las vacas abiertas en canal, el alimento de subsistencia, la gragea libidinosa, viagra pansexual de carne para compensar ausencias de apetito sexual. Carne de vaca para provocar la causa de la recuperación tras la catástrofe bélica. Cápsulas como vacunas contra la pandemia provocada. Vacunas hembra. Edward Jenner descubrió que la viruela bovina inmunizaba de la viruela humana. Era inglés, de Gloucester. Los ingleses emponzoñan la potabilidad de las islas M y las mujeres “triadas”  consumidoras de cápsulas cárnicas llevan en su cuerpo la vacuna. Su cuerpo es la vacuna que llega por mar en el Nación vacuna desde el continente al  archipiélago patagónico. Como en tantas leyendas (la de Sant Jordi entre ellas) la mujer es el agente (paciente) sacrificado por la causa general. Pero las mujeres de Fernanda García Lao, en la manipulación nacional, son quienes dominan sexualmente. También son utilizadas pero tienen espacios de poder sobre los hombres.

En una frecuencia de tono que nos puede recordar 1984 de George Orwell, perlada de atracciones como la del sudor de las axilas que se mezclan con las cuadrículas burocráticas de un encargado del registro, los personajes de Nación vacuna son ganadores de un Proyecto que los humilla pero que deben aceptar como un privilegio por su valor salvapatrias. Una revolución farmacéutica desde la única corbeta en el puerto de Rawson que la victoria contra el enemigo ha podido conservar en condiciones de navegar. “Hembras por la Patria” que no embarcan en loor de multitudes en la corbeta, que tienen que intentar cumplir su misión en un precario barco pesquero, el Quisquilla I, rebautizado como Nación Vacuna, en un trozo de costa sin puerto, anónimamente. Cuerpos procesados, de vacas, de mujeres, para salvar a los militares confinados en cuarentena, aislados, literal y metafóricamente. No hay vacunación inocua. La redención puede habitar en la vagina.

Toda la novela presenta unos espacios fantasmagóricos, entre kafkianos y beckettianos, con un Jacinto Cifuentes transparente, responsable pero pasivo entre onanismos oníricos potenciados por la lascivia de las cápsulas vacunas. Vulvas inflamadas. Mejillones que se abren como plantas carnívoras para que Jacinto mordisquee su carne naranja del sexo y entierre los cadáveres de sus valvas negras. Jacinto Cifuentes invisibilizado por la máquina burocrática, muerto oficialmente y vivo de facto. Responsable de engendrar en coitos programados el heredero, fingir un éxito militar con un fracaso administrativo que el funcionario va a remediar. La mentira como cimiento social.

Más allá y más acá de las coincidencias con coyunturas pandémicas presentes, Nación vacuna es una excelente ficción de una brevedad (140 páginas) que engaña porque entre los huecos de los párrafos hay mucha historia contada en silencio. Es la historia de un burócrata sometido al sistema en toda su contradicción de épicas de serie B explicada desde el estilo telegráfico de la administración y sus asepsias con el que frontalizar la putrefacción de lo narrado, para que los trámites de carne amortigüen su olor a sangre, para que los populismos de cloacas se confundan con los trasiegos nutricios de un matadero en su orgía cárnica.

Hemos empezado con las palabras reales de Galtieri con las que quiso vestir de gesta nacional una bravuconada militarista. Acabamos con las palabras reales de la ficción que son eco literario de su sustrato histórico (pág. 116). La maniobra populista busca efectos y no verdad: el Nación vacuna no había zarpado, pero tenía que estar en las islas M y cumplir su misión:


“La Junta ya logró su objetivo: levantar el perfil en las encuestas. La realidad es carísima, dice Erizo. Prefieren hacer como que nos fuimos”

         Las dos juntas, la militar de la dictadura y la civil de Fernanda García Lao, fracasan en su objetivo: una pierde la guerra a pesar de la propaganda; la otra va a ser engañada por las “misioneras” pero pierden el rumbo y son llevadas al destino que querían evitar y la solución se pierde en la costa negra ante las banderas de los que perdieron.

GARCÍA LAO, Fernanda (2020). Nación Vacuna. Barcelona: Candaya, Candaya Narrativa, 65.



Héroes apestados

La Vanguardia 4 Jul 2020 
Fernanda García Lao Nación Vacuna 
CANDAYA. 
142 PÁGINAS. 15 EUROS 

Por J.A. MASOLIVER RÓDENAS 


 Actriz, narradora, poeta y dramaturga, Fernanda García Lao nació en Mendoza (Argentina) en 1966. Vivió en Madrid de 1976 a 1990, años decisivos para su formación. Ya su primera novela, Muerta de hambre (2004), llamó la atención de editores, críticos y lectores, como la del incondicional que soy yo. En Nación Vacuna –publicada primero en Argentina y ahora en España, en Avinyonet del Penedès, para ser exactos, por la siempre alerta Candaya– reaparecen, intensificados, todos los rasgos de esta narradora audaz, capaz de dar un sentido de irrealidad a lo que es dramáticamente real. Un mundo alterado, con una tan descarada como necesaria licencia histórica donde Argentina ha ganado la guerra de las Malvinas, aunque la realidad de este ganamos se revela en la última frase del libro. Una victoria conseguida a un alto precio: los soldados han sido castigados con una enfermedad mortal. Nadie puede acercarse a las Malvinas –aquí las M– y el gobierno idea un plan disparatado como disparatada fue en la realidad la provocación de la Junta Militar que llevó a una guerra que se sabía de antemano perdida. Para ello cuentan con el barco Nación Vacuna. Se nos narra la historia de unas mujeres seleccionadas para realizar un servicio patriótico y ser utilizadas como vacunas y como cuerpos para la procreación. 

El crítico, en honor de la claridad, está condenado a ser lineal, pero la fuerza de la novela está precisamente en la ruptura de toda linealidad, sin llevarnos por ello al reino de la confusión. A la autora no le preocupa la trama, pese a que todo viaje, como lo será el de Nación Vacuna, implica un desarrollo narrativo. Este desarrollo lo imponen los personajes, con la historia personal de cada uno y con las relaciones entre ellos que van creando diversas situaciones. Una escena es responsable de la siguiente, la lógica del espacio y del tiempo desaparece y, nos dice García Lao, “siempre me intridatas ga más el lenguaje que la acción”, “no puedo separar la trama de su forma”. El narrador es Jacinto Cifuentes, “hijo de carnicero y de una psicóloga desplazada”. La carnicería nos acerca al primer sentido de lo vacuno: las vacas degolladas, la sangre. No puede dejar de pensar en ella, “esos cuerpos eran la muerte. No parecían seres, les faltaba la cabeza”. 
 Se establece una relación entre el Matadero y la selección que como funcionario hace Cifuentes de las 200 candidatas para llegar a las Afirmativas y a las seleccionadas para el Proyecto Vacuna que han de salvar al ejército, las vacas o Catorce Sí que irán al matadero y que vivirán con los héroes hasta quedar preñadas. Y de la relación de ellas con el obseso Jacinto nacen las escenas más variadas y entretenidas de la novela. Ve piernas y pubis por todos lados, le fascinan las axilas peludas y su olor, especialmente de dos mujeres: Mona Cifuentes, que huele a sexo mal bañado, y Lucero Arrieta, catedrática de Geografía bella y oscura, a la que acompaña a su dormitorio sin perfume, para que “me huela por lo que soy. Basta de eufemismos”. Como están libres de eufemismos todos los encuentros sexuales, muchos de ellos abocados al fracaso. Y dentro de esta anormalidad está la de la misma prosa, tan dinámica como la estructura de una novela que es la “reina de la asimetría” y donde la perfección, por suerte, no existe. Nos movemos en un mundo orwelliano en el que se vive la anormalidad sin necesidad de experimentalismos. Y donde “una pátina irreal tiñe el avance del Nación Vacuna a la deriva”, como en una feliz deriva avanzamos en la lectura.


Hablemos escritoras podcast

Una conversación con Fernanda García Lao nos está esperando en Hablemos Escritoras Podcast en donde nos dice que ve a la obra literaria "como una directora viendo a la obra teatral" y la importancia de leer en voz alta lo que escribe. 

https://soundcloud.com/hablemosescritoras/episodio-136-rompiendo-fronteras-fernanda-garcia-lao

Episodio 136: Rompiendo fronteras - Fernanda García Lao 07/07/2020 | Hablemos Escritoras - 
Adriana Pacheco 

Fernanda García Lao La escritora, dramaturga, y directora argentina Fernanda García Lao empezó a escribir a partir del extrañamiento que sintió de portar el cuerpo de otro dentro de sí misma en su primer embarazo y de verse sumida en un continuo estado de sueño y entre sueño. Es la extrañeza y lo onírico lo que marca el inicio de la carrera de una de las escritoras más interesantes en nuestros días. 
Con una voz poderosa cuestiona temas como el desdoblamiento de uno mismo, las mujeres como salvadoras de la nación, el exilio, el deseo, el erotismo, la escritura como laboratorio, las palabras como objetos comestibles, masticables, la tensión de los géneros literarios. Vivió en España desde 1976 hasta 1993, y tiene las dos nacionalidades y mundos lo que influye en su obra tanto dramática, como poética, y narrativa. 
Algunos de sus premios son: Primer Premio del Fondo Nacional de las Artes por Muerta de hambre; Primer Premio de la Secretaría de Cultura de la Nación, a obras estrenadas en el 2000, por La mirada horrible; el Auspicio de la Embajada de Francia y el Apoyo de Proteatro por La amante de Baudelaire; Premio a la Mejor Actuación (compartido con su compañera de elenco, Gabriela Luján) en el Festival Cumbre de las Américas de Mar del Plata. 
 En 2011 fue seleccionada por la Feria Internacional de Libro de Guadalajara, México 2011 como uno de “los secretos mejor guardados de la literatura latinoamericana”. 
Se dedicó al teatro independiente tanto en Buenos Aires como en Madrid y ha escrito y dirigido varias piezas teatrales. 
Ha colaborado en distintas publicaciones a ambos lados del océano (Babelia, Revista Quimera, Letras Libres, El Buensalvaje, Las/12, Revista Ñ). 
Algunos de sus textos han sido traducidos al portugués, al inglés, al sueco y al griego para revistas digitales y en papel. Ha publicado en Francia, Costa Rica, México, Perú y España. Desde 2010, coordina talleres de escritura.

sábado, julio 11, 2020

Diario sin tiempo

Ahora
La gata araña la puerta y entonces sé que es de día. G lee un prólogo a Spinoza en el patio, yo intento abrir el frasco con mermelada de pera que hice ayer. Anoche nos acostamos dos veces. La oscuridad nos dejó con los ojos abiertos, tatuados. Hubo que levantarse. La serie polaca se estiró un capítulo más. El artilugio de la ficción a veces salva.

Ayer
Recibí un llamado misterioso de mi verdulero: ¿Te interesa un cajón de peras medio al límite? No las quiero tirar y por ahí te entretenés haciendo mermelada. Fui a buscarlo sin dudar. Hacía dos días que no salía para nada. Subió la persiana lo justo para que pasara el cajón. Te sumé unas ciruelas, algunas bananas. No hay que tirar nada, dijo el verdulero bajando la persiana. Me sentí en un policial, de contrabando. Después, ochenta y siete personas en Facebook me explicaron amorosamente qué hacer con tanta pera. Preparé mermelada, helado y chutney. No los probé todavía.

Ahora
La Turca me manda nota de Horacio González: La inmovilización. ¿Ya la leíste? No, recién me levanto, le digo. Cómo estás. No paro de subir y bajar emocionalmente. Un día es mucho más que el tiempo, dice. Te quiero, le escribo. Yo también. Le envío la nota a G, que está a cinco metros. La lee en voz alta. Coincidimos en el riesgo que implica este ensayo de control poblacional.

Ayer
Primera sesión de análisis por Skype. Problemas técnicos: veo a mi analista, él a mí no. Siento que hago trampa. Tengo información de su cara, a pesar de que él se mantiene casi imperturbable. Le hablo de mis dudas sobre el estado de restricción. De mis dificultades para acatar la norma. Y de mi compromiso por respetar el aislamiento. Estoy encerrada como todos, pero con reparos ontológicos. Mi itinerancia de siempre: creo y descreo a la vez.

Ahora
Miro la tijera, no voy a usarla. Que el pelo crezca. Que algo de la animalidad consentida se me instale en la cabeza. Aunque sea a nivel capilar. Tengo que regresar al trapo y la lavandina, nunca limpié tanto en mi vida. También en contra de la asepsia obsesiva, y a favor. Quiero ser mi propio anticuerpo.

Ayer
Que el virus este tiene un comportamiento ultra neoliberal, le digo al analista. Un momento, la perra quiere salir al patio. Cuando regresa, mi cara aparece sorpresivamente en la pantalla. Que el virus es el otro, le digo. Temor al contagio, distancia. El mal habita al otro. Yo soy el mal de mi vecino. Qué te asusta, me pregunta. Que no se termine, que el miedo sea eterno. No saber.

Ahora
G escucha el nuevo tema de Bob Dylan mientras contesta mails. El correo se ha vuelto intenso. Los amigos, la música, el amor. Las chicharras compiten con Dylan desde el patio. Es verdad que el jardín vibra de un modo sugestivo. Han vuelto las mariposas, el colibrí. La Pandora rosada está exultante. Pero cuando escribo, oscuridad. Apenas unas líneas, el presente anula cualquier avance.

Ayer
Llamado de Orne, desconsolada. No salgan, la situación es terrible. Hablamos los tres por altoparlante. Ahora entendés mejor lo que siento, le digo a G cuando cortamos el teléfono. Las mías en Praga, desde hace año y medio. Juli me enseña a hacer un barbijo reutilizable, estudia, sube fotos de platos veganos increíbles. Valen escribe, compone, pinta. Trabajan cada una desde su casa. Hablamos a diario, las tres. Ya acostumbré el cuerpo a no tener sus abrazos. O eso pretendo.

Ahora
Volvió el sueño recurrente del aeropuerto. El bolso vacío, ninguno de mis pasaportes. El de acá, el de allá. Miro la agenda, hoy debería estar en Málaga presentando Nación vacuna. Iberia no canceló mi vuelo ni me dio un reembolso. Por suerte no viajé, pero. Mis apestados de ficción compiten con los reales. La escritura siempre sabe más que yo.

Ayer
Clase con Julia, la tallerista de Ecuador. Mientras me lee su cuento aparece su hijita. Enseguida el papá se la lleva sonriendo. Si no supiera que hay un virus, la escena sería encantadora. A veces el mal hace bien las cosas.
Tuve que usar la tijera, pero no conmigo. Hago de peluquera para G en el patio. Dónde aprendiste a cortar, me pregunta. En mi cabeza, le digo. Nunca le tuve respeto.

Ahora
Leo a Emily Dickinson: el destino es la casa sin puertas.

viernes, junio 26, 2020

NACIÓN VACUNA, FERNANDA GARCÍA LAO


BLOG LA VIDA NO EXISTE
ANTONIO MOCHON



En Nación vacuna todo resulta extraño. Uno siente que visita un país extraño, le cuesta reconocer conductas donde lo grotesco es la norma, su zarpa oscura en el gris que es color de fondo arañado por un rojo tirando a matanza. La carne funciona como símbolo, imanta todo el libro: desde la sexualidad hasta la ética. La perversión encarnada, literalmente hecha carne.

Extraña la sintaxis a resuellos, golpes fraseológicos duros y concisos. Decididamente abrupto, casi telegráfico, el estilo crea la atmósfera opresiva. Una asfixia sintáctica prepara el terreno. Rotundo como las cuchilladas de carnicería, el lenguaje, que supura irracionalismo, va modelando el mundo. Extraña también la técnica narrativa con aire cinematográfico. Escenas cortas, primeros planos, evocaciones. Y que el espectador se las componga. Todo buen libro plantea un reto. Esta voluntad de estilo es un pilar de la novelita. Y entre escena y escena, una discontinuidad de abruptas elipsis, una antinarrativa.

El humor negro, otro pilar, va haciendo el rodaje hasta que llega un punto (una página) que está en vena. Desatado. Estilo desaforado. Lo que antes incomodaba ahora es poco. Nos ha metido el vicio, el gusto. Entonces la trama, vigorosa y lúcida, deviene un estilo, un arte de contarse, y Fernanda García Lao, en vena, trepidante orfebre de ritmo y fuerza narrativa. Qué envidia de músculo de escritora. La historia, entonces, con su delirante inventiva, no es más que el soporte para esta prosa a retazos, imparable, descosida, salvaje.

Y, claro, el meollo: el discurso moral y político va alzándose como telón de fondo, como sacudida. Ese gris, ahora sí, tan familiar, lo distópico nuestro, guerra y colonización, relaciones deshumanizadas, engullidas, reducidas al instinto postizo de medrar sea contra quien sea. Todo por la empresa, que trabaja el canibalismo y lo sirve en grageas y blísteres, que prostituye por la patria, que quiere salvar una nación construyendo un relato falso, inventando una identidad inventada. La monumental y obscena construcción de la Historia como un bien de consumo más.

El individuo responde con una hiperbolización, deformándose se reencuentra con su verdad: ya no existe. Nuestro Montag, Jacinto aquí, viene a reincidir en la propuesta de manual: la fundación del nuevo individuo pasa por su extravío y por su inutilidad social, su inadaptación y su mutismo en un progresivo aniquilarse. Barrunta la rebelión so pena de perpetuarse en el miedo. Un miedo que petrifica pero que también espolea. Por aquí la tesis, el meollo político, el mundo feliz. Y luego, la revisión histórica, el patrioterismo de la corruptela, con su mala baba y su abyección.

Nación vacuna es un libro sólido, solvente, tenso hasta el final, originalísimo y provocador de una forma poco común. Una demencia sanísima lo recorre y se siente como un caramelo sin fin. O eso quisiéramos en la página última, la 140. Investiga Fernanda García Lao los límites del absurdo vistiéndolo de posibilidad. Invistiéndolo de largo en esta alucinación colectiva que quizás ya ha pasado. El resultado es esta inmensa alegoría tan feroz en lo lingüístico como rotunda en lo conceptual. Una fiesta literaria en toda regla. La ficción da lecciones de historia, alumbra caminos éticos, nos interpela como sujetos políticos. Su osadía es confiar en nuestra inteligencia. Ahí el reto.

¿Qué habría pasado si Argentina hubiese ganado la guerra de las Malvinas?


La escritora argentina Fernanda García Lao publica la novela ucrónica "Nación Vacuna"






LIBRUJULA
Texto: David PÉREZ VEGA


Con Fernanda García Lao (Mendoza, Argentina, 1966) había intercambiado algunos comentarios sobre literatura argentina a través de las redes sociales, y cuando vi que la editorial Candaya publicaba en España su última novela –Nación Vacuna– me apeteció leerla. Fue una pena que se suspendiera su viaje desde Buenos Aires a España y sus presentaciones en varias ciudades por motivo del Covid-19; ya tenía anotada la fecha de finales de marzo, en la que sus editores y ella se iban a pasar por Madrid.

El protagonista y narrador de Nación Vacuna es Jacinto Cifuentes, un funcionario sin estudios universitarios que a sus casi cuarenta años considera que su vida ha sido un fracaso. La primera frase de la novela es ésta: «La carnicería de papá se vaciaba de noche». Desde un primer momento diría que García Lao se ha propuesto conversar con una parte de la historia de la narrativa argentina, puesto que su literatura nacional empieza en el siglo XIX con el relato El matadero de Esteban Echeverría. Con esta narración también conversa el cuento El fiord de Osvaldo Lamborghini, donde se vuelve a recrear la violencia inicial de El matadero con referencias a la dictadura de Onganía de la década de 1960. Nación Vacuna se une a esta cadena para hablarnos, desde su «particular matadero», de la dictadura de Videla a finales de 1970 y principios de 1981.

La acción se sitúa en Rawson, fría ciudad costera al sur de Argentina. Un enclave cercano a las islas Malvinas. Además, dentro del contexto de metáforas cárnicas del libro, el nombre de esta ciudad también parece esconder una carga simbólica, puesto que «Rawson» traducido del inglés significaría «hijo crudo». El tiempo narrativo de Nación Vacuna se sitúa a principios de la década de 1980 y se trata de una ucronía, puesto que en la realidad que la autora nos propone, Argentina ganó la guerra de Las Malvinas («de las M.» se dice en la novela, donde nunca aparece el nombre completo de las islas). En realidad, la trama parte de una calculada contradicción lógica: Argentina ganó la guerra en las M., pero el enemigo, antes de dejar las islas, envenenó sus aguas y su población ha sufrido mutaciones. Por tanto, ahora los argentinos han de «reconquistar la victoria» allí. Además, la Junta Militar ha decidido trasladar la capital de país desde Buenos Aires hasta Rawson.

Jacinto trabaja en un proyecto de la Junta (Militar) para reconquistar M. Dicho proyecto consiste en seleccionar a unas mujeres a las que vacunar para que puedan vivir en las islas sin problemas y tener descendencia sana con sus habitantes masculinos. «La maternidad ya es una locura, pero la prostitución patriótica es un despropósito», dirá la madre de Jacinto –psicóloga de profesión– en la página 67. Además de enfrentarse a los traumas de guerra de una nación, Jacinto tendrá que enfrentarse a los suyos propios, puesto que en el espacio de la novela va a ir apareciendo toda su familia: su padre, el carnicero con el que nunca acabó de entenderse; su madre, la psicóloga que los abandonó; su hermano, que además de dirigir el Proyecto y tener más éxito profesional que él, le quitó a Mona, su antigua novia; su tío, que quizá conoce un peligroso secreto del Proyecto cuya transmisión puede salir muy cara al protagonista...

NacionVacunaWebLa novela está construida con frases breves. En más de un caso, García Lao decide cortar el texto con un punto y seguido, cuando podía haber usado una coma y escribir una frase más larga. Así escribe el primer párrafo, que marca ya el estilo narrativo y el tono elegido: «La carnicería de papá se vaciaba de noche. Durante el día, distintos tipos de carne se exponían en el mostrador. Lomo, cuadril, carnaza. Una multitud cortada y desplegada con prolijidad. La muerte se balanceaba como un gato en una soga. Chorreando de sangre que había que limpiar. Lavandina contra el olor viciado que persiste. Que interfiere en la respiración y atraviesa las vías duras de mi sistema. Poner distancia. Como si fuera una pared» (pág. 9).

La voz narrativa de Jacinto es sexista, su opinión de las mujeres no es demasiado positiva; sigue instalado en el rencor contra su madre, que le abandonó, y contra su novia Mona, que lo dejó por su hermano. «Siglos sin afecto. Las mujeres son ilusoria felicidad, un licor, el paréntesis que nos impone el silencio» (pág. 40); «Yo me digo que nunca tocaré a una licenciada. Son sicópatas encubiertas. Algo aprendí de mamá» (pág. 23); «Las mujeres son seres execrables. Ya no quiero más con ellas. Prefiero las mascotas» (pág. 122).

También hace apreciaciones sexuales sobre las mujeres con las que se encuentra. Sin embargo, a pesar de que Jacinto, sobre todo al comienzo de la novela, parece un hombre frustrado y con poca capacidad para interactuar con mujeres de un modo sano, según avanza la trama ésta se irá haciendo cada vez más sexual, y será frecuente la descripción de escenas de sexo. Jacinto, a pesar de provenir de una carnicería, en la que trabajó de joven ayudando a su padre (o precisamente por eso) es vegetariano; sin embargo, en el tiempo de la novela empezará a tomar unas cápsulas elaboradas con carne, que se están probando para que se las lleven las mujeres que han de ir a las M. ¿Están elaboradas estas pastillas con carne de las candidatas a repoblar las M. que han sido descartadas del Proyecto? En la novela existe más de un elemento simbólico de la violencia ejercida históricamente contra las mujeres. «Mujeres salvarán al ejército», se anuncia en los periódicos, cuando en realidad debería decir que «las mujeres se sacrificarán por el concepto de nación de la Junta».

Si bien he hablado de la conversación que esta novela mantiene con clásicos argentinos como Esteban Echeverría u Osvaldo Lamborghini, no estaría de más citar a otro gran autor argentino al que parece evocarse aquí: Roberto Arlt, porque hacia su desenlace la trama de Nación Vacuna (el nombre del barco en el que las mujeres y otros miembros del Proyecto, entre los que se encuentra Jacinto, deben viajar desde la fría ciudad de Rawson a las islas M.) va entrando cada vez más en el terreno de lo inverosímil y el expresionismo simbólico, al estilo de Los siete locos, la magnífica novela de Arlt.

Pese a que en algunos momentos me ha parecido que la historia se deslizaba hacia el terreno de la inverosimilitud (o fantasmagoría) narrativa, lo cierto es que me ha resultado fácil dejarme llevar por la ‒en principio‒ propuesta extravagante (y por tanto original) de Fernanda García Lao en Nación Vacuna. Un libro oscuro, tenso y carnal, con muchas resonancias subyacentes (la violencia de las dictaduras, sobre todo ejercida contra las mujeres, el poder represor de la familia, etc.), que condensa muchas ideas en sus 140 páginas. Esto hace que uno tenga la sensación de haber leído, al finalizarlo, un libro más largo que el que contienen sus páginas.

Bajo la doble lupa de… Nación Vacuna por Anna Miralles y Manu López




Vie. Jun 26th, 2020
SOLO NOVELA NEGRA


RESEÑA DE ANNA

Fernanda García Lao (Mendoza, Argentina) es narradora, dramaturga y poeta. Ha publicado las novelas Muerta de hambre, La perfecta otra cosa, La piel dura, Vagabundas, Fuera de la jaula, y los libros de cuentos Cómo usar un cuchillo y El tormento más puro. Carnívora y Dolorosa son sus libros de poesía. También ha escrito junto a Guillermo Saccomanno la novela erótica Amor invertido y el libro de relatos Los que vienen de la noche. Nación Vacuna se publicó en Argentina en 2017 (editorial Emecé) y gracias al buen criterio de la editorial Candaya podemos disfrutar de su lectura en España.

Nación Vacuna es una falsa ucronía, una particular reconstrucción de la historia más reciente de Argentina. La trama atrae desde las primeras páginas y el lector aprecia enseguida que está ante un libro y autora singulares. Además, su lectura en los tiempos que nos está tocando vivir -tiempos de pandemia, virus y enfermedad- es cuando menos muy oportuna. No es una novela amable, sino dura y oscura: las fake news, la manipulación desde las altas esferas del poder, los populismos, la violencia ejercida sobre la mujer, el intrusismo del Estado en la vida privada de los ciudadanos… serán algunos de los temas que van a tratarse.

La historia nos sitúa en Argentina dos años después de haber ganado una guerra (suponemos que la de las Malvinas). El enemigo antes de su retirada de las islas, las M, emponzoñó las aguas de combustible extendiéndose una enfermedad que provocó la muerte de muchos soldados, mientras que los que lograron sobrevivir están gravemente enfermos. En el continente, en Rawson, gobierna una Junta civil integrada por profesionales -puesto que no quedan militares de rango en tierra- que trama un plan perverso para levantar los ánimos del país, recuperar la gloria pasada y a sus héroes: vacunar e inmunizar a varias mujeres para llevarlas a las islas y que engendren hijos sanos de los soldados enfermos.

La voz narrativa es la de Jacinto Cifuentes, un funcionario gris e insustancial, que será uno de los encargados de llevar a cabo las absurdas pruebas de selección para encontrar finalmente a las candidatas idóneas para la misión patriótica a la que están destinadas.

“La ganadora del Proyecto Vacuna viajará a las M, secundada por dos finalistas. Los treinta infectados las esperan. Nunca nos olvidamos, mienten. Hemos logrado una Vacuna que es un escudo de protección masivo. Pero no solo reanimaremos clínicamente a los sobrevivientes. Nuestra cruzada es moral: hace meses que viven sin hembras. Sodomizados, no son un buen ejemplo para la patria. Las seleccionadas vivirán con los héroes en los barracones hasta quedar preñadas. Las M resurgirán y de ellas nacerán niños sanos. Gracias a las hembras reconquistaremos el mito de nuestro más preciado pedazo de tierra.”

El Estado es un manipulador. Falseará la realidad para conseguir sus objetivos y sofocará cualquier intento de rebelión pues tiene los mecanismos para hacerlo. Ha abandonado a sus heroicos soldados a su suerte y los condena al olvido: son prohibidas las manifestaciones de protesta y se destruye todo aquello que pueda recordar la guerra y una victoria amarga; se decide “jibarizar el tema” de manera que incluso el nombre de las islas desaparece, probablemente ya nadie recuerde qué significa la M, “la inicial devoró a la palabra”. No puede cuestionarse la actuación del Gobierno, los ciudadanos no deben tener opinión propia sino la que les es impuesta sutilmente.


“[…]. Pero hace un año la prensa oficial instaló la idea de suspender la ayuda a los sobrevivientes. Estamos dilatando lo inevitable, dijeron. Y el pueblo les dio la razón. La salud es prioridad, la economía. El sacrificio de unos pocos bien vale el bienestar general. Allí quedaron los héroes apestados y los muertos. Acá, los paladines del bienestar. Un océano en medio.”


Las mujeres son tratadas como ganado, como mercancía. Se las cosifica, solo interesa de ellas su cuerpo. Van a prostituirse en nombre de un Estado, un Estado que también se manifiesta como maltratador. Las candidatas al Proyecto Vacuna son números, mujeres sin nombre y sin identidad. A Jacinto Cifuentes le adjudican cinco: “A partir de hoy, ustedes ya no serán quienes eran. Ahora son Trece, Cinco, Nueve, Cuatro y Doce. Cada cama con su número. Los objetos personales también.” En la página 54 aparecerá por primera vez el nombre de una de las candidatas: Lucero Arrieta, la número 13. Más adelante, cuando ya estamos a mitad de la novela, conoceremos los nombres y apellidos del resto de las mujeres seleccionadas, y así son humanizadas.

El Estado también es muerte. Es necesario el sacrificio. Las mujeres que no son seleccionadas son eliminadas para convertirse en alimento, en cápsulas de carne que alimentarán no solo a los soldados sino también a los que viajarán hacia las M y que forman parte del Proyecto, entre ellos el propio Jacinto Cifuentes. La Junta civil ha pensado en todo:


“Unas son alimentos, las otras vaginas redentoras. Como las vacunaron a todas, inmunizarán pijas y estómagos, todo en uno.”


Los personajes están perfectamente trazados por García Lao. El protagonista y narrador, Jacinto Cifuentes, es una pieza más del engranaje que conforma la Administración, un burócrata que acepta el papel que se le asigna en el Proyecto orquestado por la Junta, y que no tiene más remedio que desempeñar, aunque lo haga con desagrado: “[…]. No me interesa lo que hago. El mundo me disgusta hace rato. Quiero correr. Pero nunca hago lo que quiero.” Siente un profundo rechazo por su padre, alguien simple, rudo y primario, un matarife con muchas carencias que prefiere los cuchillos a los libros. Jacinto Cifuentes odia la carnicería que regenta su progenitor y por eso estudió, para poder asegurarse un futuro lejos de ella; además es vegetariano. Por otra parte, su madre es una madre ausente, fría y distante, que los abandonó; psicóloga de profesión, interesada por la mente y la palabra, y con la que tiene evidentes problemas de comunicación. La foto familiar se completa con Leopoldo, su hermano, un trepa ambicioso que personifica todo aquello que nunca podrá ser Jacinto. Cuando el plenipotenciario Leopoldo Cifuentes toma posesión de su cargo en la Junta como Ingeniero, la familia está de nuevo reunida, pero “[…] Juntos, parecemos actores de una farsa mortecina. Cada uno con su papel. Hace mucho que se hizo el reparto”. Farsa que se verá alimentada además por un secreto familiar que vamos a descubrir al mismo tiempo que lo hará el protagonista. El engaño está presente en esta novela a todos los niveles, también en el ámbito privado.

La evolución de Jacinto Cifuentes es muy interesante. A partir de la segunda mitad de la novela, y especialmente en la parte final, el protagonista se sacude esa sumisión que forma ya parte de él para empezar a tomar sus propias decisiones, para ser él quien dirija ahora su propia vida; pretende ser un agente activo, ya no pasivo: “No seré sombra, sino metralla”. Se desprende de su pasado para centrarse en el presente de manera que “nada de lo que fui me estorba.” Es también un personaje de una gran lucidez, hay que prestar mucha atención a lo que dice, de su boca salen grandes verdades.

Para Jacinto Cifuentes el viaje que se ve obligado a realizar hacia las M acompañando a las mujeres seleccionadas y junto a otros funcionarios resulta casi un viaje iniciático para reencontrarse consigo mismo. Cuanto más se aleja de Rawson, y de su familia, mejor se siente.


“Este Proyecto fracasado me está modificando para bien. El cinismo y la hipocresía de la Junta parecen cuentos de prehistoria. Lejos de la vida pública me siento imprevisible. Casi parezco una persona.”


En la novela la carne está muy presente. El primer capítulo empieza con una descripción muy plástica de la carnicería del padre del protagonista y más adelante se va a describir el Matadero, y el Frigorífico, desde donde se abastece de carne a toda la región. Y la palabra “vacuna” es utilizada por la autora para referirse a distintas realidades llevando a cabo un juego lingüístico muy ingenioso: se refiere a las reses, a las mujeres –“Soy una de las vacas que irá al matadero”–, a la vacuna que inmuniza. La carne, el cuerpo, el sexo son elementos recurrentes en Nación Vacuna.

Las 140 páginas de la novela son suficientes para desarrollar una trama que parece una locura, pero que, y precisamente por ello, engancha al lector que querrá dar respuesta a las preguntas que se va a ir planteando a medida que va leyendo. Y el logro de García Lao es justo este: no dárnoslo todo hecho, dejar que seamos los lectores los que vayamos completando el puzle con las piezas que faltan hasta llegar a un desenlace que, aunque ya se va intuyendo, es muy bueno y no deja de sorprender.

La lectura de Nación Vacuna es ágil, rápida: capítulos breves; párrafos de poca extensión, la mayoría; frases cortas, directas e incisivas que impactan al lector tanto a nivel emocional como físico. Hay descripciones de gran crudeza, imágenes que incluso pueden resultar desagradables, y en la novela subyace una violencia que sin ser explícita no es menos terrible, especialmente por quien la ejerce. No queda espacio para la esperanza en una realidad que se presenta muy negra. Aun con toda su crudeza, la narrativa de García Lao tiene mucho de poética y el contraste es interesante. Y hay también mucho humor…, pero un humor negro.

La novela sorprende tanto por la forma como por el fondo, por su atrevimiento, por ser poco convencional y transgresora. Que actualmente nos encontremos con un texto como el que nos regala Fernanda García Lao, tan osado, se agradece.



RESEÑA DE MANU

Sin tener aún en España el público que merece, toca presentar a esta escritora argentina nacida en Mendoza y que vivió un largo período en Madrid. Residente en Buenos Aires desde 1993, su primer éxito literario lo logra con la novela Muerta de hambre, con la que obtiene en 2004 el Premio Fondo Nacional de las Artes. A ella sigue La piel dura y Nación Vacuna, editada en 2017 por Emecé y que, en el fatídico marzo de este 2020, ha publicado, y tratado de distribuir en nuestro país, Candaya. Como bien advierte su propia autora: «Nación Vacuna está actualmente confinada en librerías, lejos de sus lectores, por este virus atroz que parece se ha propuesto competir con el argumento de mi novela».

Ya he visto por ahí etiquetar a Nación Vacuna como «ucronía» (para quienes por vez primera topen con esta palabra decir que significa una reconstrucción histórica basada en hechos posibles, pero que no ha sucedido realmente). Esta novela tiene como visible tema principal el traslado de cuatro mujeres a unas islas denominadas «M.» para un proyecto eugenésico cuya finalidad persigue la supervivencia de la raza. Durante su atenta lectura voy descubriendo que las islas M. son las Malvinas y que no otra que la Argentina es esa nación triunfante en una guerra que ha tenido como derrotada a la potencia ocupante de esa parte de su territorio. Asimismo comprendo que esta victoria militar ha resultado pírrica (y no en ese sentido de «triunfo por la mínima» en el que equivocadamente persisten generaciones de periodistas deportivos, sino en el real, amargo, de la palabra: el de una victoria que ocasiona grave daño al vencedor y que equivale casi a una derrota); acabada la contienda, en efecto, en las islas M. el poderío naval del ejército argentino se echa a perder en las gélidas aguas del atlántico. Además, como supervivientes, queda un grupo de soldados envenenados y abandonados a su suerte.

Pero lo que aún no veo nombrar son los ingredientes distópicos de esta original historia. «Distopía» define una indeseable sociedad ficticia caracterizada por la deshumanización. Gobiernos tiránicos y desastres ambientales asociados con algún cataclismo acaban por configurarla. Si recordamos el rigor castrense con el que las diferentes juntas militares gobernaron la Argentina durante 1976-1983, esta junta (por no quedar ya militares de rango está constituida por civiles: un ginecólogo, un ingeniero y un comisario) que gobierna en Nación Vacuna, sin ser tan despótica, toma igualmente decisiones perjudiciales para sus súbditos. Ejemplos los tenemos en cómo la junta deja a su vera a los soldados de las islas M., víctimas de una epidemia aún sin vacuna (y caracterizada por la mucosidad, las contrariedades respiratorias, las náuseas –¿les suena?–), o, más adelante, al poner en marcha el aberrante «Proyecto vacuna», en el que tres mujeres deberán ir a las islas para facilitar vacunas y, sobre todo, para cohabitar con esos héroes hasta quedar preñadas, por pretender la junta que las islas M. resurjan y nazcan allí niños sanos para «reconquistar el más preciado pedazo de nuestra tierra argentina».


No estaría mal, por lo tanto, referirse a Nación Vacuna como novela ucrónica y distópica.


El tono kafkiano, sostenido durante los 18 capítulos y las 140 páginas de que consta la novela, es otra importante peculiaridad. Las postergaciones indefinidas fueron la especialidad narrativa del autor de El proceso. Discípula aventajada del genio de Praga Fernanda García Lao sabe sacar provecho de semejantes dilataciones en su Nación Vacuna, ya que vicisitudes de todo pelaje ralentizan la puesta en marcha de ese delirante proyecto de trasladar «cuatro hembras por la patria» (a una paralítica y dos mujeres de sexualidad ardiente, se une, in extremis, Mona, la promiscua compañera de Leopoldo Cifuentes, ideólogo del proyecto vacuna), unas hembras estas seleccionadas, no sin dificultad y muchos esfuerzos personales, por Jacinto Cifuentes –un administrativo encargado de Registro–, el protagonista y narrador de la novela.

Es este Jacinto quien, sufriendo en sus propias carnes el intolerable retraso en la partida (unas activistas radicalizadas y contrarias al proyecto roban el motor y cortan el ancla del barco encargado de transportar a las hembras fértiles) colabora en los fines de la autora para pautar esa inmóvil tesitura en la que, sin embargo, no dejan de suceder cosas. La permanencia sobre tierra, que parece no tener final, resulta asimismo propicia para un desarrollo tanto de los personajes principales (Erizo, Teodolina, Mona, Planes) como secundarios (la madre y el padre de Jacinto, Leopoldo Cifuentes, el capitán del barco o el chófer del micro). Harto de tanto tiempo congelado Jacinto acaba por explotar:

«Diría que este viaje es una condena divina sino fuera porque soy ateo. No logro armar una razón que lo justifique. Quizás Leopoldo lo pergeñó para castigarme. Tal vez los envenenados ya no existen y las M. flotan inútilmente en su lugar».


Jacinto Cifuentes es un amargado que, para su propio sufrimiento, recrea un pasado de postergación familiar del que no intenta renunciar; vegetariano radical en una familia de clase media en Rawson y con un padre dueño de una carnicería, Cifuentes vive obsesionado por su sexualidad, una sexualidad permanente y turbia que no aplaca a pesar de continuos amoríos. A este doliente sujeto, creación de estirpe kafkiana, asimismo puede encontrársele puntos de contacto con aquellos existencialistas héroes que bordaba Juan Carlos Onetti: a veces, escuchando a Jacinto, percibimos los ecos de Eladio Linacero en El pozo o de Díaz Grey en El astillero:

«El mundo se revela a mi alrededor como una montaña asquerosa. Entonces la creencia de no ser más que la pata de un ciempiés. La pasión ya no sirve».

«Las mujeres son ilusoria felicidad, un licor, el paréntesis que impone el silencio».


De tanta negrura Nación Vacuna escapa gracias al sentido del humor con que se airea una trama que, sin su participación, hubiera devenido demasiado ensimismada en su desazón. Sabiéndose vencido de antemano, incapaz de resistirse más a ese viaje que nunca parece echar a rodar (se ha decidido que acompañe a las hembras por la patria formando parte de esa «tripulación técnica» que les insufla ánimos), a Jacinto Cifuentes lo salva su sardónica risa –pobre del que en estos tiempos no se la sepa provocar porque está condenado–, una fina ironía la suya que, si bien es cierto, no es captada la mayoría de las veces ni por su familia ni por sus compañeros de misión, a él sirve para aliviar el absurdo en que se instaló su existencia.

Es esta la primera obra de Fernanda García Lao que cae en mis manos por lo que de momento no puedo compararla con el resto de su producción. Pero a su caracterización de personajes –acertadísima en todo momento– no hay que olvidar remarcar cómo el relato viene manejado con sabiduría y que de sus siempre eficaces diálogos brota esa oscuridad que regala su cinismo, colaborando así a la creación de una atmósfera confusa, poco ventilada, que casi ahoga a quien cae en ella como una trampa. Los vibrantes episodios narrados dejan recuerdos vividos y alarmantes, como de sueños recién sufridos.

Al desgarro de Nación Vacuna –novela trágica y sombría, negra hasta el tuétano– no lo salva el amor; solo, acaso, la ironía del hombre inteligente:


«Que voy a cumplir los cuarenta. Que el fracaso ya lo tengo. Peor que el encierro no hay nada. Al menos me pagan un viaje».

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